lunedì 10 ottobre 2016

It's business, baby!


Sono stata a lungo in dubbio se scrivere o meno le mie impressioni sul caso “Salone Internazionale del libro” di Torino e il neonato “Tempo di Libri” di Milano; diffido di chi ha sempre un'opinione su tutto. Inoltre non sono un'esperta di editoria: ho fatto un corso, è vero, e ho bazzicato quel mondo per qualche anno lavorando prima come segretaria personale di una giornalista e poi in una agenzia editoriale, ma in fondo sono stata e resto una semplice lettrice e, in quanto tale, molte dinamiche mi sfuggono.
Sono dispiaciuta ovviamente per l'accaduto, perché mi sembra una guerra tra poveri, che si devono spartire una magra pagnotta e ho come l'impressione che, in generale, nessuno ci abbia fatto una bella figura finora... Confesso di non essermi neanche informata più di tanto, ogni fazione tira acqua al proprio mulino e non si capisce mai dove sta la verità, se mai ce ne fosse una; se siete però interessati a leggere qualcosa al riguardo, vi consiglio il blog “Bookblister” di Chiara Beretta Mazzotta, un editor super partes che conosce bene il mondo editoriale, ma soprattutto una lettrice che i libri li ama e li legge: quanto accaduto l'ha nominato “Libriful” e il nome mi sembra molto azzeccato!
Due miei pensieri, però, ho deciso di condividerli, due miei punti di vista che non ho mai cambiato con il passare degli anni. Uno è sui lettori e uno è sull'editoria.
Per raggiungere il mio liceo, per tutti e cinque gli anni che l'ho frequentato, ho sempre fatto un lungo tratto di strada a piedi insieme ad altri compagni; ho un bellissimo ricordo di quelle passeggiate fatte con qualsiasi tempo, durante le quali ci confrontavamo, confidavamo, scontravamo sui più disparati argomenti. Tra questi miei compagni di strada c'era un ragazzo che era un forte lettore e un altrettanto forte acquirente; a differenza di me che ero (e sono) anche una assidua frequentatrice di biblioteche, lui comprava tutti i libri che desiderava leggere, aveva una libreria fornitissima a cui non ho mancato di attingere a piene mani. Ricordo che si lamentava spesso del costo dei libri e che fosse convinto che questa fosse una delle cause dei pochi lettori presenti in Italia. A nulla sono valsi i miei tentativi per fargli cambiare idea, gli esempi e i paragoni: «C'è gente che va a ballare tutti i fine settimana e le discoteche sono altrettanto care. Sai quanti libri potrebbero comprarsi con gli stessi soldi?! Semplicemente non gli interessa leggere!». Lui non si capacitava di questa cosa, ne soffriva proprio. E non veniva quasi mai in discoteca a ballare.
Anni dopo, entrambi universitari con indirizzi di studi differenti, eravamo però ancora alle prese con i nostri dibattiti libreschi, fino al giorno in cui gli spezzai il suo cuore di lettore. Stavo frequentando il famoso corso di tecniche editoriali e condivisi una nozione che avevo appena appreso e che entrambi non avevamo mai considerato: potresti avere in mano il libro più bello del mondo ma, se in quel momento, quel libro non risponde alla domanda del mercato, tu editore non lo pubblichi. It's business, baby...
Per concludere quindi, se in Italia ci sono pochi lettori la causa non è il costo dei libri (anche se io, in quanto lettrice, sarei davvero felice costassero di meno perché ne comprerei molti di più...) e c'è una bella differenza tra chi è interessato a che un libro venga venduto (mercato) e chi è interessato a che venga letto (cultura).
Nonostante i discorsi infarciti di parole come cultura, lettori, promozione della lettura, ecc., ho come l'impressione che la diatriba tra Torino e Milano sia business, baby...

2 commenti:

  1. Mi sa che tu abbia proprio ragione: it's business....claudiag

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    1. Per fortuna esistono anche realtà che oltre alle vendite, sono interessate a fare cultura. Custodiamole!

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