lunedì 13 novembre 2017

Artissima e perché lo faccio


Perché lo faccio?
Due domeniche fa, subito dopo mangiato, con la speranza che VV dormisse durante il tragitto in macchina, ci siamo recati ad Artissima, la principale fiera annuale di arte contemporanea che si tiene a Torino dal 1994. In realtà in quegli stessi giorni Torino era un tripudio di mostre ed eventi (Paratissima, ClubtoClub, The Others Art Fair, Operae per elencarne alcune), ma noi abbiamo preferito andare sul classico e soprattutto sul conosciuto: trattandosi di arte contemporanea, il rischio che ci sia esposto qualcosa di non appropriato all'età di VV è alto; per come è strutturata Artissima logisticamente, sapevamo come evitare brutti incontri*.


La sera, una volta tornati a casa ho chiesto a VV se si fosse divertita, che cosa le fosse piaciuto e lei mia ha risposto “Nulla. Volevo stare a casa a giocare coi miei giochi”. Se guardate le foto sembrano raccontare un'altra storia: noi sorridenti che sembriamo divertirci come pazzi. E forse, se fossi una influencer, è così che ci dovrei dipingere. Invece io vi voglio raccontare un'altra storia.

(Cercando di stare in bilico sulla linea)
 
VV era visibilmente annoiata, tranne in pochi momenti, era poco interessata, era incuriosita verso poche opere (per lo più le installazioni video) ed ha (per fortuna moderatamente) dimostrato il suo disappunto con lagne e richieste di essere presa in braccio. In totale la nostra permanenza è durata un paio d'ore e il nostro passaggio tra gli espositori è stata una toccata e fuga.

(Segnare sulla mappa i corridoi visitati)
 
Ed ecco il motivo della mia domanda di apertura: perché lo faccio? Perché obbligo una bambina ad annoiarsi e a fare qualcosa che non desidera assolutamente? Non sarebbe stato più riposante e divertente per tutti starcene a casa al calduccio, visto che oltretutto pioveva?
No.

(Fare una gara a chi arriva prima a saltare nel cerchio)
 
I motivi sono due e sono molto semplici.
Avere dei figli è una rivoluzione e comporta dei cambiamenti e stravolgimenti, anche importanti, all'interno della coppia, del singolo e dello stile di vita. Si fanno sacrifici e rinunce ma, per quanto mi riguarda, fino ad un certo punto. Andare per mostre e musei rientra nelle attività che sia a me che a mio marito piace fare e non siamo disposti a rinunciarci perché VV si annoia, anche se sarebbe molto più semplice, facile e comodo, lasciarla ai nonni e andarcene da soli. Inoltre, e qui siamo al punto due, rientra nell'educazione che le vogliamo impartire.

 (Giocare a nascondino con le opere)

Così come le abbiamo insegnato a camminare, a mangiare da sola, le buone maniere e tutto quello che è compito nostro come suoi genitori, riteniamo sia nostro dovere darle anche un'educazione culturale; non siamo disposti e d'accordo nel delegare completamente questo compito alla scuola. Educazione culturale che riguarda ambiti come la musica, i libri, i viaggi e anche l'arte, in tutte le sue espressioni.
Numerosi studi sembrano infatti dimostrare che, fin dai primissimi anni di vita del bambino, l’arte contribuisce a migliorarne le capacità espressive, a favorire l’apprendimento logico, matematico e linguistico, a rafforzare la consapevolezza di sé, a liberare le potenzialità creative insite in esso. In definitiva, essa sembra essere determinante al fine di un’evoluzione interiore dell’individuo.

L’arte, nelle sue forme più varie (arti visive, musica, teatro, danza, etc.), coinvolge infatti tutti i sensi del bambino e ne rafforza le competenze cognitive, socio-emozionali e multisensoriali. Durante la crescita dell’individuo, essa continua ad influenzare lo sviluppo del cervello, le abilità, la creatività e l’autostima, favorendo inoltre l’interazione con il mondo esterno e fornendo tutta una serie di abilità che agevolano l’espressione di sé e la comunicazione.

L'arte:
• incoraggia la creatività e l’auto-espressione, insegnando ai bambini a dire ciò che “non si può dire”, spingendoli a ricercare nella propria poetica interiore le parole adatte a esprimere i propri sentimenti riguardo a un determinato lavoro artistico;
• consente di sviluppare le proprie capacità comunicative. Poiché il linguaggio presenta numerosi limiti, che non gli permettono di contenere i confini della nostra conoscenza, soltanto l’arte ci consente di esprimere sentimenti che diversamente non troverebbero sfogo;
permette di mettersi alla prova in situazioni nuove e di sperimentare il più ampio spettro di sensazioni possibili;
quando presentano una natura multiculturale, favoriscono l’integrazione di chi e di ciò che appare come “diverso”.

L’evoluzione individuale e del vivere civile non può prescindere da una capacità espressiva a tutto tondo, acquisita dall’individuo in modo consapevole, a partire dalla più tenera età e che riconosce alla pratica artistica un ruolo cruciale.

Arte e creatività sono concetti che non devono essere ristretti al “diventare un artista”, ma piuttosto devono agevolare l’individuo nella “creazione”, nel senso più ampio del termine, nella capacità di risolvere problemi in maniera sempre diversa e innovativa, contribuendo così a plasmare una società ed un genere umano sempre migliori.

Ecco perché continueremo, moderatamente per non rischiare di ottenere l'effetto opposto, a portare VV per musei e per mostre, per svolgere, cercando di farlo al meglio, il nostro compito di genitori ed educatori.


*Gli stand creano delle sorte di corridoi, semplicemente o io o mio marito camminiamo un po' più avanti e avvisiamo chi è rimasto indietro se è meglio distrarre o proprio cambiare strada.

lunedì 6 novembre 2017

La vita, ultimamente 28


Al momento in cui scrivo i boschi della Val di Susa sono in fiamme, ci sono ancora temperature da primavera inoltrata (e le zanzare), non piove da mesi e l'inquinamento ha raggiunto livelli allarmanti. Non va bene.
Ho trascorso i fine settimana chiusa in casa o chiusa da Ikea alle prese con gli ultimi lavori di ristrutturazione, lo smantellamento di un paio di stanze, i colori delle pareti che una volta stesi hanno punte di colore che non avevi preso in considerazione e la sistemazione del casino che tutte queste cose comportano. Va bene, ma non benissimo.
Le mie ore d'aria (inquinata) sono quelle che trascorro ai giardinetti insieme a VV o, meglio, insieme alle mamme o nonne degli altri bambini chiacchierando di quest'ultimi mentre sempre quest'ultimi giocano, litigano, si menano, piangono, tentano di rompersi l'osso del collo, corrono un paio di maratone, si scambiano le merende, insomma si fanno le ossa alla vita. Va benissimo. (Sia messo agli atti, molto spesso mi trovo meglio a chiacchierare con le nonne. Mi devo preoccupare?)
La vita ultimamente potrebbe sembrare priva di vette, fuochi d'artificio, stelle filanti, coriandoli e bolle di sapone. E invece no. Ottobre è iniziato con il corso “Di lavoro, leggo” organizzato da NN Editore e che mi sono fatta regalare per il mio compleanno. Non potevo scegliere regalo migliore.

(Una delle bellissime stanze di Villa Mirra, a Cavriana, sede del corso)

Non volevo partire.
Credo di aver fatto meno storie quando si è trattato di recarmi in ospedale per l'operazione. In quel caso io non dovevo fare niente. In quest'ultimo io dovevo fare se non tutto molto e avevo paura.
Quand'era l'ultima volta che avevo viaggiato da sola? Ero ancora capace? Avevo addirittura paura di prendere il treno sbagliato. E se poi non legavo con nessuno? E se mi fossi sentita fuori posto e avessi fatto tappezzeria? E se fossero stati tutti più bravi di me? Ma poi perché lo facevo? Era davvero necessario? Insomma, siamo sicuri che un carcerato abbia proprio bisogno della libertà? Le quattro mura di una prigione possono essere così rassicuranti...
Non che non mi sia mai messa in gioco in questi ultimi anni, che non abbia mai messo il naso fuori di casa, ma in questo caso avvertivo una lieve pressione.


Com'è andata?
Non ho sbagliato treno, anche se confesso di essermi alzata con largo anticipo dal mio posto perché avevo paura di perdere la fermata (lol), ho legato quasi con tutti (eravamo più di 40), non ho fatto tappezzeria e non mi sono sentita imbranata. Ed è questa la magia secondo me che hanno compiuto gli organizzatori del corso: mettere insieme così tante persone, con le competenze più disparate (librai, bibliotecari, lettori, blogger, studenti, aspiranti scrittori, ecc.), con livelli differenti di preparazione e obiettivi da raggiungere e non scontentare nessuno. A unirci, compresi i docenti, era l'amore per i libri e per la lettura, la voglia di condividere conoscenza ma, soprattutto, esperienza e di mettere subito in pratica quanto appreso. Non ci sono stati snobbismi, non ci sono stati paternalismi, c'è stato un “Io mi occupo di questo, ti faccio vedere come lo faccio e poi se vuoi proviamo a farlo insieme”.
Sono stati tre giorni passati gomito a gomito, dove abbiamo condiviso camere da letto e docce, pranzi e spuntini (il catering è stato divino!), computer e penne, risate e scherzi, sbadigli per la stanchezza. Sempre insieme. E' stato un azzardo, poteva risultare pesante, è stato un successo.
Quando vi capita di guardare una ballerina di danza classica muoversi con leggerezza e grazia sul palco di un teatro vi sembra che le riesca tutto facile e naturale, senza alcun apparente sforzo. Il sudore e la fatica sono rimasti dietro le quinte, nelle lunghe ore alla sbarra, nelle prove interminabili, nei duri allenamenti, nei calli dei piedi, nei muscoli doloranti, solo che non viene mostrato. E se davvero si ama la danza, si è disposti a qualsiasi sacrificio pur di raggiungere, o almeno avvicinarsi, a quel risultato.
Il corso “Di lavoro, leggo” è la prima ballerina della lettura. Balliamo?

(Foto scattata a Desenzano del Garda e che si sarebbe poi rivelata profetica...)

lunedì 30 ottobre 2017

L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome


Silvana Sarca, conosciuta da tutti come Vani, è saccente, fa tante battute sarcastiche, è cinica e disillusa. Simpatica come un riccio nelle mutande, insomma. Avanzi nella lettura di “L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome”, primo di tre libri ambientati a Torino e scritti da Alice Basso, torinese di adozione, e avente appunto Vani come protagonista, oscillando continuamente tra l'odio e il tifo per lei, tra il desiderio di zittirla e quello di avere la sua risposta pronta, tra il mandarla a quel paese e avercela per amica... mi fa venire in mente la canzone di Rihanna che nel ritornello fa “Why is everything with you so complicated?” (e che tante volte ho dedicato VV).
Vani per lavoro fa la ghost writer, scrive libri per gli altri: scrittori in piena crisi della pagina bianca, gente famosa che non ha tempo o le capacità di mettere giù due frasi di senso compiuto, le consegnano le loro idee e lei le mette nero su bianco, proprio come se le avessero scritte loro. Perché il dono di Vani è l'empatia, una grande capacità di immedesimazione, spirito di osservazione e intuito. Insomma ha quasi sempre ragione, per questo ti viene da chiederle un consiglio per poi risponderle di farsi i fatti suoi...
Avrà bisogno di usare tutte le sue capacità quando una scrittrice per cui lavora scomparirà nel nulla e la polizia le chiederà di collaborare. A condire il tutto una storia d'amore che farebbe vacillare anche un pezzo di granito. Ovvio che con questi ingredienti non riuscirete a staccarvi dal libro e che, una volta finito, avrete voglia di leggere gli altri due.
La grandezza di Alice Basso, invece? Rendere leggero e leggibile un libro, farlo sembrare un romanzetto facile e digeribile, quando invece è infarcito così tanto di libri e letteratura, che il pericolo mattone sarebbe stato dietro l'angolo; prendere due generi letterari come il romanzo rosa e il giallo (sì, c'è anche il commissario che non deve chiedere mai), unirli e aggiungerci anche tutti gli ingredienti per gli appassionati di libri: case editrici, premi letterari, scrittori da premio Strega, editor, direttori editoriali e il loro mondo dietro le quinte.
E poi quella capacità di finire non finire il capitolo che in una lettrice masochista come me provoca l'insano piacere di continuare nella lettura, anche fino a notte fonda.
«No, sul serio, è veramente come se mi avessi letto nella testa e avessi tirato fuori le cose che sentivo, ma che nemmeno io sapevo di stare pensando!... Ma come hai fatto?»

lunedì 23 ottobre 2017

Un gesto che salva la vita


Ogni giorni compiamo decine, centinaia di gesti senza pensarci, per abitudine, con il pilota automatico, perché mentre siamo impegnati a farli la nostra mente è altrove: la riunione che ci aspetta in ufficio, la spesa che dobbiamo fare, la borsa per la piscina del figlio da preparare e non scordare, la bolletta da pagare. Life happens e noi non ce ne accorgiamo, impegnati come siamo a fare programmi.
C'è un vuoto nella sua mente, un buco nero che non riesce a riempire, nonostante i numerosi tentativi di riandare indietro col pensiero, al momento esatto in cui è successo e poi tutto è iniziato, di scandagliare ogni più piccolo dettaglio. Nulla è valso, non c'è ricordo.
Come è arrivata lì quella mano? in che momento della giornata? Cosa stava facendo? Non è stato sotto la doccia, ne è quasi sicura, quasi. Mentre si spalmava la crema? Forse si è grattata? O il reggiseno le dava fastidio e ha trafficato per sistemarlo?
Potrebbe sembrare un piccolo, insignificante dettaglio, quel gesto compiuto sopra pensiero, ma in realtà è la cosa più importante che abbia mai fatto in vita sua. Quel gesto, quella mano portata al seno, le ha salvato la vita. Ecco perché per lei è così importante. Però non se lo ricorda.
E' ancora ben chiaro invece il dopo, la lunga giornata e le innumerevoli volte che ha portato la mano al seno dopo quella, ormai dimenticata e perduta, prima volta. Ad un certo punto semplicemente sfiorarsi non è stato più sufficiente, allora ha cercato un tutorial su Youtube, per farlo con cognizione di causa. Quando è arrivato l'orario di apertura della segreteria del suo ginecologo, riusciva a vedere chiaramente ad occhio nudo, senza neanche più accarezzarsi, la pallina che aveva scoperto, non sapeva bene come, nel suo seno sinistro.

Ottobre è il mese rosa per la sensibilizzazione sul tumore al seno. Numerosi sono i siti dove potete trovare informazioni in merito (AIRC, Fondazione Umberto Veronesi, solo per citare i più noti), così come innumerevoli i progetti a sostegno della ricerca e i consigli sulla prevenzione.
Oltre a non saltare mai un controllo previsto dal medico, io vi chiedo di fare un regalo alle vostre figlie: così come gli avete insegnato a lavarsi i denti, insegnate loro a fare l'auto-palpazione del seno. Non è una cosa da fare solo dopo una certa età, o solo perché c'è familiarità in famiglia, è avere consapevolezza e conoscenza del proprio corpo, fin da subito.
Un gesto, come quello di una mano portata al seno, fatto con consapevolezza e per tempo che può salvarti la vita.

lunedì 16 ottobre 2017

Zoom


La prima volta che mi recai a Zoom fu con mio nipote di quasi tre anni. Ricordo il suo entusiasmo, ricordo che io ero molto concentrata a masticare intensamente un chewing-gum per combattere le nausee della gravidanza. Era novembre, faceva freschino e c'era poca gente, sembrava di avere il parco tutto per noi, potevamo così prenderci il tempo che volevamo per osservare con agio gli animali. Fummo tutti molto contenti, fino a quando non arrivammo dalla tigre e lì ci venne ricordato in modo evidente che non eravamo nella savana, che quegli animali non erano nella loro terra e non erano liberi. Ricordo lo straniamento che provai osservando quell'animale che ripeteva incessantemente lo stesso percorso in modo ossessivo, senza mai deviare, senza mai fermarsi.


Poi sono diventata madre e la voglia, il desiderio, l'esigenza di regalare esperienze a VV sono diventati molto forti; anche quelle che a prima vista potrebbero essere sbagliate. Ci sono i libri, e voi sapete quanto li ami, ci sono i documentari, e quando sarà ora sarò felice di guardarli insieme a lei, ma niente ti insegna di più come vivere qualcosa in prima persona, toccare con mano. Chissà, forse un giorno ci regaleremo un Safari, magari ci spingeremo fino in Asia e conosceremo il vero mondo che ci circonda o forse non ce lo potremo permettere mai e dovremo accontentarci del piccolo pezzo di terra in cui abitiamo. Anche se fasullo, anche se ricreato.


Questa volta però l'esperienza della visita a Zoom è stata del tutto diversa, non ci siamo limitati ad osservare meravigliati animali che finora avevamo visto solo tra le pagine di un libro, li abbiamo visti in azione, abbiamo imparato le loro abitudini, gli stili di vita, le loro esigenze. Non ricordo ci fossero anche ai tempi della prima visita, ma questa volta erano presenti numerosi biologi pronti a raccontarci e spiegarci i dettagli di ogni singola specie.


Non ho visto comportamenti anomali negli animali (lo so, non sono un'esperta, scrivo delle mie impressioni), ho appreso come ogni singola zona fosse costruita per rispettare l'ambiente d'origine e come cercassero in tutti i modi di permettere all'animale di condurre una vita simile a quella in libertà. 160.000 mq per oltre 84 specie animali in 10 habitat che riproducono fedelmente luoghi naturali di Africa e Asia, senza reti o gabbie.


Tutto, dal progetto architettonico alla scelta delle piante, viene studiato dai biologi e veterinari del parco insieme agli architetti paesaggisti per garantire il benessere degli animali, provenienti da altre strutture zoologiche europee appartenenti all’EAZA (European Association of Zoos and Aquaria). Ho appreso di come i bioparchi siano fondamentali anche per la protezione delle specie in via di estinzione e di come possano essere luoghi per approfondire e promuovere la tutela ambientale mondiale.


Nel nostro piccolo possono essere uno spunto per affrontare con VV tematiche importanti, prendendo ispirazione proprio da quanto appreso: lo scoprire che i serpenti mangiano i topi potrebbe essere il punto di partenza per confrontarci sul consumo della carne in modo più consapevole, apprendere che gli ippopotami fanno 80 Kg di cacca al giorno potrebbe permetterci di parlare dei rifiuti che noi tutti produciamo e realizzare che quegli animali non sono nel loro ambiente naturale ci farà affrontare il tema della libertà.


E' solo questione di tempo, se conosco bene la mia frugoletta, quel cervello che lavora senza sosta e quel naso che si è arricciato inorridito quando ha scoperto il cibo preferito del cobra. “Ma davvero?!” continua a chiederci.


Nel frattempo, abbiamo imparato a memoria questo libro.

#conoscereperconservare



lunedì 9 ottobre 2017

Guerra e pace


Un mese in compagnia di un solo libro. Di solito mi capita quando il libro non mi piace ma per qualche motivo devo obbligatoriamente leggerlo, altrimenti mi avvalgo della facoltà di abbandonarlo. Il tempo è troppo prezioso per sprecarlo con cattive compagnie...
Il libro in questione però non è affatto brutto, solo molto lungo e il tempo per leggere a mia disposizione sempre più breve. Ottima la scelta di portarlo con me in montagna, dove sono riuscita a fare una bella immersione, grazie ai pisolini lunghi di VV nel pomeriggio e le serate dove l'alternativa era al massimo una partita di carte. Appena tornata a casa, infatti, il mio ritmo di lettura è drasticamente rallentato e il mio piacere e interesse nella lettura ne ha notevolmente risentito: perdevo il filo più facilmente, avevo difficoltà a stare al passo con gli avvenimenti. Per fortuna poco dopo sono subito ripartita per il mare.
Il paragone che mi è venuto in mente durante questa lettura è quello con le varie serie TV che vanno tanto di moda adesso: sono lunghe, a puntate, siamo disposti ad attendere mesi per vedere il proseguimento, facciamo sfiancanti maratone fino a notte fonda perché vogliamo sapere come va a finire. “Guerra e pace” di Tolstoj è proprio come una serie TV e, a discapito di quello che si può pensare di un libro classico, vecchio e lungo, ti può interessare altrettanto. Sì, questa interminabile lettura mi ha appassionata, a sorpresa, perché anch'io come tutti temevo mi annoiasse. E' successo a volte; le parti sulla guerra sono state sicuramente quelle che mi hanno meno entusiasmata, ma avevano un senso, erano parte fondamentale del libro e, a modo loro, istruttive. In quei lunghi capitoli ricchi di descrizioni sui campi di battaglia, sugli spostamenti degli eserciti, sulla vita che conducevano i soldati di qualunque grado ho imparato tante cose e sono scaturite tante riflessioni inaspettate.
Il libro narra la storia di due famiglie, i Bolkonskij e i Rostov, durante la campagna napoleonica in Russia e nella sua immensità si potrebbe dire un romanzo infinito, nel senso che l'autore sembra essere riuscito a trovare la forma perfetta con cui descrivere in letteratura l'uomo nel tempo. Denso di riferimenti filosofici, scientifici e storici, il racconto sembra unire la forza della storicità e la precisione drammaturgica ad un potente e lucido sguardo che domina il grande flusso degli eventi, da quelli colossali a quelli più intimi, quali gioventù, vecchiaia e matrimonio, offrendo un ampio affresco della nobiltà russa.
Complicato giungere ad una conclusione, tirare le fila di un libro che credo a lungo continuerà a risuonare dentro di me, con le sue infinite sfumature e i suoi innumerevoli messaggi. Vi riporto l'unica frase che mi sono appuntata, forse quella che ho sentito che mi appartenesse di più in questo momento della mia vita, nel flusso della mia storia.
E perché, - si disse Andrea contemplandola, - tutto non è così chiaro, così semplice come crede Maria? Quale consolazione sarebbe sapere dove trovare soccorso in questa vita e ciò che ci aspetta oltre la tomba. Che gioia, che appagamento proverei a poter dire: Signore, abbiate pietà di me! Ma a chi rivolgerò questa preghiera? Questa forza indefinita, inconcepibile, alla quale io non posso rivolgermi, e che non saprei nemmeno esprimere con parole, è il gran tutto o è il nulla? O non sarebbe, per caso, questo Dio che vedo qui, rinchiuso in questo amuleto dalla mano di Maria? Nulla, nulla è certo, se non il poco valore di tutto ciò che posso capire e la grandezza di qualcosa che mi è incomprensibile ma che nondimeno è la sola cosa che importi.”
Vale la pena di leggerlo.


lunedì 2 ottobre 2017

La vita, ultimamente 27


E poi le vacanze sono finite davvero. Dopo aver passato l'estate a mostrare le gambe pallide, torni abbronzata e ti devi coprire perché fa freschino. Però che bello andare in ferie quando quasi tutti sono già a casa. E mentre ti culli (dalla nostra tenda/casetta sentivamo le onde del mare!) con i bei ricordi, la quotidianità prende il sopravvento e ti ritrovi a dover giostrare i vari impegni e la fatica, perché non ci stai riuscendo tanto bene.

(Il primo giorno di scuola. Un anno dopo)
 
Hai voglia a dire “Quest'anno niente buoni propositi” e intanto nella tua testa tiri giù liste interminabili di cose da fare, obiettivi che vorresti raggiungere, lati della gestione famigliare e lavorativa che vorresti migliorare. E' un attimo sentirsi con l'acqua alla gola. E allora in questi casi sapete cosa faccio? Io mi fermo e prendo una pausa; ho imparato da tempo che a dannarmi non ottengo proprio un bel niente, se non a stressarmi, ed è l'ultima cosa che il fisico, non solo il mio ma quello di tutti, ha bisogno.

(La prima lezione di danza classica)
 
Sorrido quando vedo su Instagram parlare di “To do list” e dei consigli per essere produttivi e spuntarla tutta. Le liste delle cose da fare sono “La storia infinita” della vita quotidiana, preferisco partire dal presupposto che tanto non ce la farò mai a finire tutto e così scelgo di fare solo ciò che in quel momento è davvero importante e prioritario per me. Il qui e ora, avete presente?

(La prima volta insieme dalla parrucchiera)
 
La mia famiglia ha priorità su tutto, l'ho scoperto da poco. Pensavo di essere stanca dopo tutti questi anni di mamma a tempo pieno, pensavo di avere un enorme bisogno di pensare solo a me stessa (e in parte è così), ma la verità è che la cosa a cui tengo di più è stare bene insieme a loro, tutto il resto è la ciliegina sulla torta.

(Ritratto di famiglia a un matrimonio)
 
Così ecco il nostro settembre, tra una lavatrice, una pulizia a fondo di casa, la ripresa del blog, i programmi per il bookcoaching: famiglia, famiglia e ancora famiglia. E tante prime volte.



lunedì 25 settembre 2017

Isola d'Elba


La nostra vacanza all'Isola d'Elba si potrebbe riassumere così: la sorpresa di trovare la nostra dimensione.
Avevo accennato QUI di come i primi anni in vacanza con Vittoria avessimo faticato a trovare e capire quale modalità di vacanza al mare fosse più adatta per noi: in appartamento non mi ero riposata molto, tra pulizie e cucina; in albergo mi ero ritrovata imprigionata in camera alle prese con una bimba nel pieno dei terribili due o durante interminabili riposini pomeridiani, avevo vissuto come uno stress i pranzi e le cene a orari fissi e per cui doversi sempre rendere presentabili. Il desiderio di trascorrere dei sereni giorni al mare si cozzava con il timore di vedersi ripetere una delle due esperienze precedenti.

(Il Bat-Traghetto Moby che ci ha portato sull'isola)
 
Il merito è tutto della pazienza certosina con cui mio marito si mette alla ricerca delle mete giuste per noi e la cura con cui pianifica le nostre vacanze fin nei minimi particolari, se quest'anno abbiamo avuto una settimana da sogno. Ecco, se dovessi mai promuovervi un tour operator, vi suggerirei lui.
Sua la scoperta di questa recente forma di soggiorno: il glamping, un mix perfetto tra la tenda di un campeggio e l'appartamento, la gioia di vivere in mezzo alla natura, con tutte le comodità di un appartamento.

(La tenda Adventure Lodge Safari del Camping Village Stella Mare)
 
Abbiamo assaporato la libertà di fare ciò che più ci piaceva, liberi da obblighi e doveri: cucinavamo quando ne avevamo voglia, altrimenti mangiavamo nelle numerose soluzioni presenti all'interno del campeggio o lì vicino (ristorante, pizzeria, bar, rosticceria, supermercato); passavamo le nostre giornate sempre all'aperto tra spiaggia, piscina, terrazzo e giardini (anche in quell'unico giorno di pioggia che abbiamo avuto); ci siamo scoperti un po' selvaggi vivendo sempre in costume o poco più, contenti di considerare una doccia quella di acqua dolce fatta in spiaggia dopo il bagno in mare, liberi di non lavarci i capelli la sera perché tanto sarebbero stati di nuovo a mollo il mattino dopo, pigri al punto giusto per confessare di non avere voglia di visitare l'isola. Ci bastava quell'angolo di paradiso.

(In acqua fino all'ultimo raggio di sole)
 
Un paio di volta siamo comunque usciti. Una sera siamo andati a visitare Porto Ferraio, passeggiato tra le stradine del borgo vecchio circondato da mura, visto la casa dove aveva vissuto Napoleone, cenato da “Acqua Cheta” con un'ottima cucina casalinga a base di pesce e fatto alcuni acquisti tra i negozi di souvenir e le bancarelle di artigiani.
L'ultimo giorno, prima di prendere il traghetto, abbiamo trascorso alcune ore a Capoliveri, borgo stupendo abbarbicato sulla cima di una collina da cui si gode una bellissima vista sul mare. A pranzo ci siamo deliziati con il menù sempre a base di pesce proposto da “Trattoria Moderna” e prima di partire abbiamo fatto incetta di vino e olio dall'azienda agricola “La Fazenda”.

(La spiaggia di Capo Bianco da cui abbiamo salutato il mare)
 
Ora, insieme a tanti bellissimi ricordi, c'è la voglia di ritornare.