lunedì 18 settembre 2017

un'imprecisa cosa felice


Un giorno ho incontrato una persona che mi ha detto: “Io non voglio essere chiamata malata. Non voglio che si dica malattia. Non voglio proprio che vengano dette queste parole in mia presenza”. Era molto arrabbiata. Non so nulla di quella persona, del suo passato, del suo vissuto, del suo presente. Non so nemmeno il suo nome. La capisco; in diversi momenti urlava forte dentro di me “Io non sono la mia malattia!”, non volevo che tutto si riducesse solo a questo, non volevo che gli altri non vedessero altro di me all'infuori di questo. Ognuno ha le sue motivazioni e tutte sono valide.
La malattia purtroppo (o per fortuna?) ti mette di fronte a un fatto che tendiamo a dimenticare, a non voler prendere in considerazione, a negare: siamo mortali. Quante volte pensate, parlate, discutete onestamente e francamente di morte? Rispondo io per voi: mai (ci sono argomenti più interessanti, in effetti). Mai, se non siamo obbligati a causa di una malattia o di un lutto. E anche quando lo facciamo usiamo frasi fatte, di circostanza. La malattia e la morte sono argomenti tabù, intimi, che affrontiamo, se li affrontiamo, nella nostra solitudine.
Io stessa non ne parlo, anche se da quando mi sono ammalata ci penso spesso: ho dovuto, mio malgrado, farci i conti con questa eventualità (che tanto eventuale non è, perché è il destino di tutti, è il “quando” a mandarci in crisi). Pensandoci ho scoperto che non ho paura di morire (di soffrire sì), ovviamente spero che accada il più tardi possibile, ma non mi preoccupo, non passo le mie giornate pensando “Oddio e se muoio?!”. Sapete invece qual'è la cosa che mi preoccupa e mi fa davvero stare in pensiero, che mi fa venire un groppo in gola e una stretta allo stomaco? Il pensiero di chi rimane e deve affrontare questa perdita. Al confronto, morire è facile. (Suona forte, mi rendo conto)
Quando ho questi pensieri, quando mi assale la paura, ho un bisogno sfrenato e disperato di essere rassicurata, di sapere che staranno tutti bene, che se la caveranno (VV soprattutto) anche senza di me; ho quasi la necessità di sentirmi inutile, di sapere che non hanno bisogno di me per essere felici e stare bene (egocentrica?). Non vorrei che nessuno soffrisse per me e, se questo è inevitabile, spero passi presto, che ritornino a vivere, a sorridere, a sognare. Un giorno ho letto questa frase su Internet che riassume benissimo che cos'è il dolore per una perdita:

Grief felt like carrying a huge bag of bricks: at first, I thought, ‘I’m not strong enough to carry this much grief; it will kill me.’ But as time passed, the bag got lighter and lighter. I can’t ever put the bag down, it is with me forever, but now I’m strong enough to carry it.

(Il dolore è come portare un'enorme borsa piena di mattoni: all'inizio pensavo “Non sono abbastanza forte per portare tutto questo dolore; mi ucciderà.” Ma man man che il tempo passava, la borsa diventava sempre più leggera. Non potrò mai posare questa borsa, starà con me per sempre, ma ora sono forte abbastanza per portarla.)

Ecco, questo secondo me è il messaggio del libro turineisa di Silvia Greco “un'imprecisa cosa felice” edito da Hacca: un messaggio di speranza, un messaggio di forza.

Resti lì, attonito, stravolto, incredulo, davanti a quella scena assurda. Com'è possibile? Non si può morire così, non puoi crederci. Amore mio, no, ti prego, no, mamma, papà, amica mia, nonno, fratello. Zia. E' uno scherzo di pessimo gusto.
Ma poi inizi a vederci un segno. Lei, lui, loro se ne sono andati lasciandoti un sorriso. Adesso te ne accorgi, lo vedi. Lo acciuffi e te lo rimetti in bocca.

lunedì 11 settembre 2017

Cracovia


I pierogi sono uno dei piatti tipici polacchi, diffusi però anche in Russia, Ucraina e Bielorussa. In genere questi ravioli di pasta a mezzaluna vengono riempiti di carne, verdure o formaggio (ma c’è anche chi li prepara con la frutta) e serviti con un condimento di panna acida. Arrivati probabilmente dall’Asia in Polonia nel tredicesimo secolo, nel passato venivano preparati in occasione delle feste, ad esempio a Natale. Oggi li si gusta molto più spesso.
In teoria.

(Cstello Reale del Wavel)
In pratica per ben due volte ci siamo sentiti rispondere che erano finiti e l'unica volta che li abbiamo trovati era rimasta solo una porzione, che ci siamo divisi in cinque. E' un po' come andare a Napoli e sentirsi dire che l'impasto per la pizza è finito. Sono sicura che se fossi entrata nei numerosi McDonald che pullulavano in tutti i laghi e in tutti i luoghi, anche in mezzo al nulla, non avrei avuto difficoltà a mangiare un hamburger.
Perché parto da qui per raccontarvi del mio soggiorno a Cracovia? Perché, secondo me, è l'emblema di quello che sta capitando a questa città a causa del turismo di massa. Non mi ero mai preoccupata di questo fenomeno e nemmeno della globalizzazione, se non superficialmente, e recentemente avevo avuto un moto di stizza quando Tiziano Terzani se ne lamentava in “Un indovino mi disse”, sono del parere che viaggiare è uno dei modi migliori per conoscere e aprire la mente, oltre a portare lavoro quindi: ben vengano i turisti!


Cosa succede però se il turismo prende il sopravvento e le città si trasformano (si snaturano) per accogliere i visitatori? Succede che atterri in una città straniera e la prima cosa che vedi sono: Zara, Stradivarius, H&M, Starbucks e McDonald (e questo vale anche per le nostre città). Succede che fatichi a capire, comprendere, gustare e vedere la cultura e le tradizioni per cui hai deciso di impiegare tempo e denaro. Succede che non avviene nessun incontro (l'unica chiacchierata che ho fatto è stata con una signora francese), che sei uno straniero in mezzo a tanti stranieri in visita e sei trasparente, solo un'entità a cui fornire servizi in cambio di denaro. E i servizi che ti offrono non sono sempre quelli che tu vorresti...

(L'angolo selfie alla mostra del quadro "La dama con l'ermellino")
Non ho gli strumenti per fare un'indagine sociologica ed economica e lungi da me dal volerlo fare; queste sono solo le sensazioni che ho provato mentre soggiornavo a Cracovia. Mi sono anche interrogata più e più volte su dove stessi sbagliando: non sono riuscita ad allontanarmi dai luoghi troppo turistici? Ho visitato i luoghi sbagliati? (Ma abbiamo macinato una media di dieci chilometri al giorno!) Non sono stata abbastanza aperta con gli abitanti? Non mi sono informata bene?

(L'interno del ristorante "Klezmer hois" nel quartiere ebraico, dove abbiamo pranzato)
Ma com'è Cracovia, vi starete domandando?
E' bella. E' un'antica città medievale che, se riesci a sollevare lo sguardo dalla massa di gente che ha invaso le sue strade, mostra ancora i segni del suo glorioso passato, composto da miti, re, leggende e storia.

(Il trombettiere che suona l'hejnal allo scoccare dell'ora)
Se chiudevo gli occhi riuscivo ad immaginare le carrozze e i carri, i negozianti, mercanti e venditori provenienti dai diversi paesi d'Europa che affollavano l'enorme piazza Rynek Głơwny e a scorgere gli studenti che affollavano i vicoli di questa importante città universitaria. Il libro che ho scelto per accompagnare questo mio viaggio è stato, devo confessare, di grande aiuto nell'aiutarmi ad apprezzare questa città che faticavo a scovare.

(Rynek Głơwny)
 
In questi sei giorni abbiamo prevalentemente passeggiato e ammirato i diversi quartieri; essendoci VV abbiamo preferito evitare la visita ai campi di concentramento così come al museo dell'olocausto e quello di Schindler, reputandola ancora troppo piccola per affrontare questi argomenti e temendo rimanesse sconvolta di fronte alle immagini. 


Grande successo ha avuto la gita di un giorno fatta alla miniera di sale di Wieliczka, patrimonio dell'umanità dell'Unesco. La visita inizia con la discesa di 380 gradini che portano a una profondità di 135 metri; tra i vari capolavori, quello della Cappella di Santa Cunegonda: ogni singolo elemento, dai candelabri all'altare, è fatto di sale.


Cracovia, città fondata sconfiggendo un drago, sentiremo parlare ancora per molto tempo della tua leggenda tra le mura di casa nostra.

(Il drago Smok)
(Abbiamo sudato sette camice per trovare questo libro e siamo riusciti ad accaparrarci l'ultima copia in inglese)

lunedì 4 settembre 2017

La vita, ultimamente 26


A svegliarci era quasi sempre il suono delle campane delle otto. Qualche coccola, lotta e solletico sotto le coperte e poi, immancabilmente, partiva la richiesta di VV: “Posso andare a svegliare gli zii (o i nonni)?”.
Dopo una lauta colazione tutti insieme (e di abbondanti in montagna erano anche pranzi, merende e cene!) ci si preparava per la passeggiata, quasi ogni giorno una destinazione diversa: pietre, torrenti, pozzanghere, ragnatele, buse (sapete tutti cosa sono?), “Non ti pungere con i rovi”, formiche, tane, “Attenzione alle ortiche”, rametti, foglioline, “Batti il bastone sulle pietre per scacciare le vipere”, terra, fiori, farfalle, rondini. Abbiamo visto tre Bambi, due serpenti, le rondini, falchetti, poiane, un rospo, mucche e capre in abbondanza, cani da pastore di cui uno birbone. VV nella sua stalla immaginaria aveva anche un cinghiale goloso di mollette da bucato, quante corse lungo il terrazzo per togliergliele dalla bocca...


Il mio momento preferito della giornata era il dopo pranzo quando, dopo aver letto una favola a VV, mi coricavo con lei e ci addormentavamo una dentro il respiro dell'altra. Dopo poco io mi svegliavo e mi mettevo a leggere, rimanendo al suo fianco fino al suo risveglio.


Merenda e poi altri giochi, passeggiate, partite a carte, corse e giri in bici fino all'ora di cena. Una volta preparateci per la notte, ci coricavamo di nuovo insieme e VV si addormentava guardandomi leggere. Secondo me il paradiso non è molto diverso.
Non è stato tutto rose e fiori però; ho avuto i miei momenti di nervosismo, vuoi per la convivenza stretta con altre persone, per l'assenza o il numero davvero esiguo di momenti in cui stare da sola (e per me la solitudine è fon-da-men-ta-le), vuoi perché dopo tanto dolce far niente smaniavo anche per fare qualcosa, ma ben consapevole che una volta tornata a casa sarebbe finita la pacchia (confermo) e quindi oscillavo tra il restare e andare, tra l'oziare e l'agire, tra il “Vorrei che le vacanze non finissero mai” e “Basta non ne posso più, quando inizia la scuola?!”.

Direi tutto nella norma, no?

Volenti o nolenti, il giorno della partenza è arrivato, siamo tornati a casa e abbiamo trovato il caldo infernale ad aspettarci, quello per cui ogni anno scappiamo in montagna. Questa la nostra espressione davanti a cotanta ostinazione:


Ho perso il conto delle lavatrici fatte, e quelle ancora da fare, devo sbrigarmi perché per noi le vacanze non sono ancora finite. Questa volta la nostra destinazione sarà il mare. E poi l'estate sarà terminata, per davvero.

Che si legge in famiglia”, la mia.

lunedì 7 agosto 2017

La vita, ultimamente 25


Luglio è iniziato con un lutto. Per me, quindi, poteva anche finire lì.
Sai quando dicono che i dolori del parto te li dimentichi, altrimenti saremmo tutti figli unici? Con la morte è (più o meno) uguale; se non riuscissimo a fare fronte alla sofferenza, non troveremmo validi motivi per continuare a vivere. Quello però che è difficile che ci entri in testa è la questione del tempo, il fatto che è limitato, che non lo dobbiamo sprecare. Pensavo di aver imparato abbastanza bene la lezione con la mia malattia, e invece no. Così, tra una lacrima e l'altra, e anche tra un'arrabbiatura e l'altra, perché dimmi se la perdita di qualcuno non ti fa incazzare, ho cercato di fare nuovamente ordine tra le mie priorità, perché non ho nessuna intenzione di sprecare il mio tempo dietro a cose e persone che non lo meritano. Fino alla prossima dimenticanza?

Luglio è anche il mese del mio compleanno, la mattina del quale però mi sono svegliata con una tristezza e un magone che levati. Non avevo organizzato nulla e non avevo nessuna idea su come festeggiarlo. Ho lasciato che facessero gli altri e dai e dai, il sorriso è tornato. Anche l'idea di continuare a festeggiarlo il giorno dopo non è stata male... Grazie marito!

(La vista che si gode dalla terrazza di “Turet” dove abbiamo cenato)

Poi mi è arrivato il ciclo e mi sono spiegata il magone.

Finalmente è giunto il giorno della tanto attesa partenza per Cracovia. Farò un post dedicato, intanto vi anticipo che è iniziato con lo smarrimento dei miei occhiali da vista il primo giorno e il ritrovamento del contenuto del freezer completamente scongelato al ritorno. Nel mezzo però tutte le cose che amiamo fare noi in viaggio, anche solo stare semplicemente insieme, senza impegni e senza orari.


Insomma, luglio si è messo di impegno per farsi mal volere e mettendo a dura prova pazienza e umore, l'ultima cosa che ti aspetteresti dal mese in cui sei nata, ma come scritto all'inizio di questo post: io non ho tempo da perdere e quindi...


Il blog va in vacanza e riapre i battenti il 4 settembre. Vi auguro di

...aprire la porta all'imprevisto, che in fondo è quel che cerchiamo nei viaggi. Qualcosa che sfugga al nostro controllo, ci ricordi chi siamo, che cosa vogliamo veramente.”
Daria Bignardi


lunedì 31 luglio 2017

La valigia dei libri 2017


Quando leggerete questo post io sarò tornata a casa da poco da Cracovia e mi accingerò a ripartire, questa volta destinazione montagna, che come ben saprete sono ormai le mie vere vacanze in totale relax, dove mi limito a dormire, mangiare, leggere e fare lunghe passeggiate in modalità repeat.


Se tutto va come le mie previsioni (non succede quasi mai, ma mi ostino), qualche giorno prima del decollo avrò iniziato la lettura di “The Trumpeter of Krakow” dello scrittore americano Eric P. Kelly, un romanzo per bambini (8 anni in su) pubblicato nel 1928. L'ho scoperto grazie alla guida di viaggio di Cracovia (questa) e sono poi andata a leggere diverse recensioni su Internet, la maggior parte erano entusiaste e mi hanno convinta all'acquisto: oltre ad essere stato premiato con la “John Newberry Medal” della letteratura per bambini, molti di coloro che l'avevano letto sottolineavano la capacità dell'autore, grande appassionato e studioso di cultura polacca, dove visse come professore universitario anche per parecchi anni, di descrivere a fondo la vita e le usanze di Cracovia nel Medioevo.
Ero indecisa se portare un libro di poesie di Wislawa Szymborska, scrittrice originaria proprio di questa città, ma poi ho deciso di optare per un autore e un libro poco conosciuti, almeno in Italia. Ed è proprio questo il mio suggerimento per le letture di questa estate: siate avventurosi, scostatevi dai libri più noti e più pubblicizzati, andate alla ricerca di autori sconosciuti, esordienti o di piccole case editrici o cambiate completamente genere. L'ho fatto, e lo sto facendo, grazie alla rubrica “Turineisa” e sto avendo piacevolissime sorprese.


Un altro consiglio che mi sento di darvi è: leggete o rileggete un classico. Il mio ultimo confronto con un classico risale all'ormai lontano 2012 e non è andata tanto bene, come vi raccontavo QUI. In montagna ho deciso di prendere di petto niente di meno che “Guerra e pace”, voglio dare un'altra possibilità a Tolstoj e secondo mio fratello potrebbe piacermi, al punto da avermi regalato una bellissima edizione del 1961. Il mio è anche un disperato ora o mai più, altrimenti quando la troverò nuovamente la voglia e la forza di affrontare 1468 pagine?!
Nel caso dovessi finire tutte le mie letture in programma, arriverà un ulteriore post con i libri in panchina!
Da sempre la lettura, e in particolare la letteratura, si è presentata con un carico di preconcetti, a priori sociali, di dover essere, aspettative. Così ogni lettura diventa in qualche modo obbligatoria: perché è il libro “di cui si parla”, perché se non lo leggi “sei fuori dalla discussione”, perché è il libro “che incide sul reale”, perché ha vinto un premio, perché devi averlo letto e al massimo lo rileggi. Perché “dobbiamo darci un tono”. Perché quello stile e solo quello ha l’etichetta “letteratura” attaccata addosso e ci fa sentire membri alla tribù. Dimenticandosi quello che diceva proprio Szymborska, e cioè che con un libro in mano «l’Homo ludens è libero. Almeno nella misura in cui gli è concesso di esserlo. È lui a stabilire le regole del gioco, obbedendo soltanto alla propria curiosità. Gli è dato di leggere sia libri intelligenti, dai quali apprendere qualche cosa, sia libri sciocchi, perché anche da quelli è possibile ricavare informazioni. È libero di non leggere un libro sino alla fine e di cominciarne un altro dall’ultima pagina risalendo verso l’inizio. È libero di farsi una risatina là dove non è previsto, o di soffermarsi infine su parole che poi ricorderà per tutta la vita.
Francesco Guglieri
(QUI l'articolo intero da cui è tratto)

lunedì 24 luglio 2017

Ciò che amate fare


L'estate in cui VV è nata non avevamo programmato nessuna vacanza; fortuna vuole che i miei genitori affittino da anni una casa in montagna e, con una neonata, ci è sembrata l'idea migliore limitarci a godere il fresco dei monti e le coccole dei nonni. Quella successiva, oltre al soggiorno montano, abbiamo affittato per una settimana una casa al mare: VV era nel pieno di pappette e passati e ci era sembrata un'ottima soluzione quella di essere indipendenti per la preparazione dei pasti e la gestione delle sue esigenze (nanna compresa). Con il compimento del secondo anno ci siamo sentiti pronti per il grande salto verso le strutture alberghiere attrezzate per le famiglie: pensione completa, aree gioco, cucine per riscaldare biberon e pappe a qualsiasi ora del giorno e chi più ne ha ne metta. Ad agosto abbiamo anche affrontato il primo grande viaggio a Berlino. Ve ne ho raccontato QUI.
Perché, a parte la montagna e il viaggio a Berlino, le altre vacanze si sono rivelate in parte dei fallimenti? Perché non erano le nostre vacanze. Ho sempre detto che una vacanza dove devo pulire e cucinare per me non è una vacanza, preferisco fare qualche giorno in meno piuttosto che dover pensare a questo tipo di cose, così come non sono mai stata una persona da pensione completa, ma non critico chi ama questo tipo di viaggi, per carità. Semplicemente avevamo scelto mete e modalità che pensavamo e ci eravamo sentiti dire fossero più adatte per una bambina piccola, ci eravamo adeguati e così facendo snaturati.
Mi capita spesso di leggere articoli o post che danno consigli su che cosa si può fare o meno con i bambini, a seconda dell'età e pur trovando spunti e suggerimenti utili, tutti si dimenticano un particolare importante: continuate, per quanto possibile, a fare quello che vi piace fare. Non sottovaluto l'importanza e il peso che può avere il carattere e l'età del bambino sulla possibilità di svolgere alcune attività, ma se quelle stesse le si sono fatte da quando è nato, più alte sono le probabilità che si abitui a farle.
Con la nascita di VV, mio marito ed io non abbiamo mai smesso di andare a cena o a pranzo nei ristoranti, abbiamo continuato a visitare mostre e musei, abbiamo sempre trascorso lunghe giornate fuori casa, passeggiando, scoprendo angoli nascosti di Torino o paesini della provincia, curiosando tra bancarelle e fiere. Fare queste cose qui o in Scozia, ad esempio, non è una grossa differenza per VV. Ma se VV non vivesse tutto questo come parte della sua quotidianità, come nostro modo di vivere, sono sicura avremmo incontrato molte più difficoltà.
Tutto questo per darvi il mio semplice ma alle volte non così scontato consiglio per le vacanze: con o senza figli, in famiglia, con gli amici (anche a quattro zampe) o da soli, che sia un viaggio zaino in spalla, stare chiusi in casa a dormire sul divano, andare nella stessa pensione di mare degli ultimi dieci anni, fate ciò che più amate fare. Alte sono le probabilità che, così facendo, le vostre vacanze saranno un successo.

Come trovare un campo da gioco in qualsiasi destinazione.

lunedì 17 luglio 2017

Turineisa - Blog


La rubrica #turineisa sta prendendo il sopravvento e come un polipo dai lunghi tentacoli si sta allargando anche ad altri ambiti. Torniamo però a parlare di scrittori, anche se in un ambito differente: quello dei blogger. In passato ho già avuto modo di condividere con voi alcuni dei blog che leggo abitualmente o quasi, oggi ve ne mostro altri tre; in comune hanno il fatto di essere scritti da torinesi (anche di adozione) e di avere come argomento principale proprio la città di Torino... o quasi.
Vi lascio a loro, così come si sono presentati sul web.


Nella primavera del 2015 ho aperto Dire Fare Mole, un diario nella rete per raccontarvi la mia Torino e il mio Piemonte, di ciò che si dice e si fa all’ ombra della Mole dal punto di vista di una trentenne innamorata della sua città. Il mio obiettivo? Farvi sentire, attraverso ciò che scrivo, il sapore del bicerin, lo scrosciare dello scorrere del Po, vedere i colori grigio e crema degli eleganti palazzi settecenteschi di Piazza San Carlo e Piazza Vittorio … farvi innamorare perdutamente con la stessa intensità che provo io.


Negli ultimi anni, Torino è stata riconosciuta come una delle città più sorprendenti da vistare in Italia. I bloggers di Le Strade di Torino amano catturarne i cambiamenti e condividere le loro nuove scoperte. Andiamo alla ricerca di negozi, hotel, ristoranti e locali dove cenare o pranzare. Li proviamo e vi raccontiamo le nostre migliori avventure.


Blogger nell’animo, mi trovate sempre in rete, finestra smisurata su un mondo che vorrei toccare. Un po’ retrò nella sostanza, ho uno stile di vita anni ’50: lentezza in cucina e cene allestite a modo, oggetti vissuti che raccontano una storia, profumo di pane tra le pareti domestiche, torta fatta in casa a colazione, la spesa al mercato su una bici stracarica e sgangherata. Impasto e inforno, friggo, trito e taglio, salto e condisco…e la cucina è il posto dove proprio non riesco a stare ferma. Questo bombardamento culinario si svolge in una casa con cortile, in una zona tranquilla della mia città, Torino, a cinquanta piccoli saltelli dal Po...Non di sole ricette ci si nutre qui, ma di pittura e arte, storia e letteratura, e il cibo diventa un succoso pretesto per chiacchierare.

Leggere un blog è un modo molto attuale per tastare il polso di una città e dei suoi abitanti, non trovate? E voi, quali sono i vostri preferiti? Esclusa la sottoscritta, ovviamente... ;-)

lunedì 10 luglio 2017

Turineisa - Travel Guide


Quale è la prima cosa che fate subito dopo aver scelto la destinazione del vostro prossimo viaggio? Personalmente, corro a comprarmi una guida. Anche se siamo nell'era digitale e tutte le informazioni sono a portata di un click, nulla mi predispone al viaggio come una guida cartacea tra le mani, pronta per essere sfogliata, sottolineata, ricevere orecchie alle pagine, maltrattata all'interno dell'immancabile zaino che accompagna le nostra scorribande, imbrattata durante i pasti e riempita di scontrini e biglietti dell'aereo o quelli dei musei visitati. Il mio viaggio ha inizio lì, tra quelle pagine, prima ancora del check-in. Ora poi ho anche chi me la contende...


Ho pensato quindi di suggerirvi due guide su Torino, scoperte entrambe durante il Salone del Libro di Torino di quest'anno; molto differenti tra loro, per stile, approccio alla città e suggerimenti, ma entrambe con punti di vista nuovi ed originali, al di fuori dei soliti e spesso un po' stantii schemi delle guide da viaggio.


Emons Edizioni fu una delle scoperte che feci al Salone del Libro 2016 e di questa casa editrice portai a casa proprio la guida su Berlino e un audiolibro. Potete immaginare il mio entusiasmo quando quest'anno ho visto che era stata appena pubblicata la nuova guida “111 luoghi di Torino che devi proprio scoprire”.
La particolarità di questa guida è che è scritta da chi la città la vive e la conosce bene ed è in grado di suggerire e far conoscere anche luoghi al di fuori dei soliti circuiti turistici: va bene la Mole Antonelliana, va bene il Museo del Cinema e quello Egizio, ma a Torino c'è molto ma molto di più. Non mi stancherò mai di ripetere che questa città ha molte facce e anch'io, che ci sono nata, non le conosco ancora tutte. Questa guida sarà sicuramente di aiuto!


Non solo una Torino dalle molte facce, ma una per ogni stagione, in un immaginario guardaroba cittadino, quattro infatti le parti che compongono la guida “My secret Turin. La Torino segreta delle vere torinesi” di Irene Perino, con le illustrazioni di Alice Del Giudice. Moda, pasticceria, shopping, cultura, bellezza, tempo libero e tanto altro ancora si avvicendano in questa guida al femminile originale e frizzante... per scoprire che volto avrebbe Torino, cosa indosserebbe per essere sempre al top e cosa avrebbe con sé nella borsa. Perché, se Torino fosse donna, ogni uomo se ne innamorerebbe e ogni ragazza vorrebbe esserle amica per capire come fa a essere così inconsapevolmente bella.

Insomma, che cosa aspettate a venire a Torino e caderne innamorati?

lunedì 3 luglio 2017

La vita, ultimamente 24


Passerei sotto silenzio la tematica del clima e il caldo esponenziale per entrare subito a bomba nel mese di giugno che si potrebbe riassumere con un: party hard! Ebbene sì, ce la siamo spassata e, onestamente, ora sono proprio stanca, avrei bisogno di una vacanza per riprendermi da tutti questi divertimenti... scherzo!


Ho iniziato il mese spuntando una lista, quella delle cose da fare a Torino e mai fatte. Va a finire sempre così, che un turista conosce meglio di te la città in cui vivi perché tu, vivendoci, non fai e non visiti molte cose e molti posti che hai tutti i giorni sotto il naso. Nello specifico, siamo stati sulla Tranvia a Dentiera Sassi-Superga: un originale trenino che ti porta fino a Superga, dove si può ammirare un bellissimo panorama su Torino e le Alpi, visitare la Basilica edificata dallo Juvarra e le tombe reali dei Savoia. Immaginavo potesse essere una gita gradita da VV ed è stato un pomeriggio bello per tutti: io non avevo mai preso questo antiquato mezzo di trasporto ed era davvero tanto tempo che non andavo a Superga, al punto da non ricordare la stupenda vista che si gode da lassù. Ve la consiglio.


Come anticipato, giugno è stato il mese del compleanno di VV e la principessa ha avuto, come da tradizione, ben due feste: oltre a quella con nonni, zii e cuginetti, quella ai giardinetti dove quest'anno si sono aggiunti agli amichetti di una vita i compagni di scuola. Nel caso ce ne fosse stato ancora bisogno, ho avuto la conferma che una festa all'aperto, in mezzo al verde, se la stagione del compleanno lo consente, è un'idea vincente: i bambini erano entusiasti, le mamme anche e casa mia salva... ahahah!


Chi mi segue su Instagram sa già che la mattina del suo compleanno VV ha scartato il nostro regalo che era, neanche a dirlo, un libro (sulla danza, perché alla sua insistente domanda su quando avrebbe potuto andare a lezione di danza io avevo sempre risposto “Quando compirai quattro anni”). Questo però per darle qualcosa da scartare, perché il nostro vero regalo è stata un'esperienza: una notte nella casa sull'albero. Abbiamo anche avuto la fortuna di usufruire di una piscina tutta per noi, che con il caldo che faceva è stata la nostra salvezza. Tutti abbiamo goduto del dolce far niente in mezzo alla natura e ci siamo ripromessi di ripetere questa esperienza quanto prima.


Con giugno è finito anche il primo anno di scuola di VV. Nel mulino che vorrei avevo immaginato l'ultimo giorno di scuola: la foto scattata nello stesso punto del primo giorno a settembre per vedere quanto era cresciuta, i saluti ai compagni e alle maestre, la lacrimuccia della sottoscritta... Nella vita reale la scuola è stata invasa da un'epidemia: bocca mani piedi, gastroenterite e varicella (what else?!); classi dimezzate, una maestra caduta sotto i colpi dei virus, chat mamme bollente. Con la speranza di salvaguardare VV (e il nostro viaggio in programma a luglio, perché la varicella ha un'incubazione lunga) non l'ho più mandata, con buona pace della mia fantasia.


E' stato anche il mese che mi ha vista leggere un solo libro. Mi spiego meglio: ho impiegato un mese a leggere un libro solo. L'avrei volentieri abbandonato, ma era per lavoro. Forse non ve lo consiglio...